Chiunque abbia bazzicato sui social nell’ultimo periodo (cioè chiunque) avrà notato alcuni cambiamenti: che Internet non sia lo stesso di 15 anni fa è risaputo — tra algoritmi sempre più potenti, l’invasione dei video brevi e i feed invasi di sponsorizzate è diventato difficile scovare persino le foto degli amici che fanno colazione al bar.
È stato un percorso contorto, convulso, con accelerazioni improvvise e novità a cui, presto o tardi, tutti si sono abituati.
Uno dei motori di contenuti di questi social sono sicuramente i cosiddetti creator. Che si sono presto trasformati in veri e propri broadcast — contenitori di annunci, sponsorizzate, recensioni apparecchiate e cucinate a puntino. Fateci caso: foodblogger, bookblogger, travelblogger, fashionblogger, techblogger, fitnessblogger. Dimentico qualcosa? Comici (stand up comedian), artisti (visual artist), albergatori (host). E poi ancora giornalisti, nutrizionisti, motivatori, psicologi, mental coach, life coach, counselor, imbonitori, strilloni, santoni, esperti. E, ovviamente, politici.
Trump, Mamdani, Farage, Salvini, Thunberg sono solo alcuni dei politici e attivisti che hanno capito come sfruttare al meglio le gigantesche possibilità offerte dai social. Che la comunicazione sia spiritosa, tagliente o spietata non ha importanza: sugli account personal-istituzionali siamo abituati a vedere da video di gattini salvati dagli alberi a guerre e altre catastrofi.
Restando in tema: qualche mese ci si domandava quando sarebbero sbarcati in politica i deepfake generati con l’AI. La buona notizia è che abbiamo una risposta — e la risposta è oggi, o forse ieri –, la cattiva è che, come ampiamente prevedibile, vengono usati per creare ad hoc contenuti di odio e disinformazione: come riportato dal Guardian, Tiktok ha dichiarato che ci sono almeno 1.3 miliardi di post generati dall’AI sulla piattaforma, di cui soltanto una piccola parte segnalati come generati dall’Intelligenza Artificiale. Un referente dell’azienda ha dichiarato che sono stati bloccati addirittura “centinaia di milioni” di account bot, e non è difficile credere a chi sostiene che “l’Intelligenza Artificiale è ormai chiaramente parte dell’arsenale della disinformazione”.
Insomma, le cose sono cambiate, da quando si entrava sui social per postare le foto delle vacanze. Il che ci porta a qualche riflessione.
La Dead Internet Theory è una vecchia teoria del complotto, una di quelle storie strampalate venute fuori da Reddit o 4Chan. L’idea secondo cui “l’Internet contemporaneo consisterebbe principalmente in varie attività di bot e contenuti generati automaticamente” sarà anche nata in qualche forum stravagante, ma sta assumendo nuovi significati: i social network — strumenti nati per mantenere i contatti tra le persone, per scrivere ad amici e parenti lontani — si sono impercettibilmente trasformati in vetrine di prodotto e bolle iperpolarizzate, in cui è sempre più raro imbattersi in contenuti, se non reali, quantomeno disinteressati.
Trovare una correlazione di tipo causa-effetto è sempre complicato, ma questa direzione sembra avere alcune conseguenze.
Certo, i numeri dei social network restano impressionanti: a seconda delle fonti, Meta, Alphabet e ByteDance si spartiscono il tempo e l’attenzione di miliardi di utenti. Quanti di preciso? Le cifre esatte sono variabili, e non sempre (del tutto) attendibili. Facebook, ad esempio, dichiara più di 3 miliardi (!) di utenti attivi mensilmente, un traguardo raggiunto di recente anche dal “fratellino” Instagram. TikTok invece si ferma a “soli” un miliardo e rotti.
Eppure, qualcosa sta cambiando: l’Australia, per esempio, è stata la prima nazione al mondo a bandire completamente i social network ai minori di 16 anni, intavolando una discussione su social e salute mentale che sta tenendo banco anche in diversi altri paesi, tra cui Francia e Italia. Sullo stesso tema, colpiscono molto gli studi secondo cui una percentuale variabile di adulti (il 35% annuo, secondo questi dati) si stia prendendo una “pausa” per ragioni analoghe.
Ma l’aspetto più interessante, almeno per chi scrive, sono le emorragie di utenti come quelle subite da X. Più che per generiche (seppur validissime) ragioni di salute mentale, l’ex Twitter è l’esempio perfetto di come l’invasione di bot, l’estremizzazione dei contenuti (molti dei quali generati dall’AI) e la disinformazione abbiano reso quella che una volta era una delle piattaforme più iconiche e copiate in… una merda (ovviamente non userei mai un termine del genere, se non come citazione).
Insomma, non è (ancora) vero che Internet sia morto per via di bot, contenuti AI e contenuti AI generati dai bot, ma di sicuro ci ha un po’ stufato