12.10.2021 /

Perché i libri sono sopravvissuti?

di Matteo Candeliere | Developer & Copywriter, Tembo


In principio era il verbo. Unico, indivisibile e su carta stampata.

Per secoli, dall’invenzione di Johannes Gutenberg in avanti, c’è stato soltanto un modo per leggere un libro: aprirlo e voltare le pagine. Un idillio che sembrava dovesse durare per sempre, ma che ha invece cominciato a incrinarsi con la messa in commercio dei primi e-book reader. Nel 2007, quando Amazon ha iniziato a vendere il suo Kindle, sembrò a tutti che il destino dei libri fosse segnato.

E invece, eccoci qui: sono passati più di dieci anni, c’è stata una pandemia, le intelligenze artificiali hanno imparato a scrivere ma, almeno a leggere i dati, i libri esistono ancora.

Che cos’è successo?

 

 

A qualcuno piace di carta

 

Nonostante nel 2020 il mercato degli e-book sia cresciuto del 27% (un aumento eccezionale ma facilmente intuibile, se pensiamo a che cosa è successo lo scorso anno) sembra proprio che le persone preferiscano continuare a sfogliare le pagine, anziché leggere su uno schermo. In alcuni dei grandi paesi europei, infatti, il mercato degli e-book rappresenta tuttora meno del 10% del totale dei libri venduti.

I motivi possono essere i più svariati, e come al solito è molto difficile fornire un’unica risposta. Forse alcuni dei vantaggi degli e-book reader – la portabilità, il bassissimo consumo di batteria – non sono poi così determinanti da farli preferire ai libri (ce lo ricorda Ikea, nell’ormai famoso spot con cui racconta i vantaggi del bookbook). Forse i prezzi degli e-book non sono sufficientemente bassi da far tradire la carta stampata. O forse è che il reale punto di forza dei libri risiede nelle loro caratteristiche intrinseche – la bookiness, come la definisce un articolo dell’Atlantic: qualcosa di difficile da spiegare e ancor più difficile da sostituire. “Un libro è fatto di pagine rilegate”, spiega Ian Bogost nel suo articolo, “e non di fogli sciolti. Queste pagine sono probabilmente fatte di carta. Le pagine sono realisticamente progressive, e compongono una collezione coerente. L’ordine ha una sua importanza, ma le caratteristiche del libro permettono ai lettori anche un accesso a una pagina a caso”.

Insomma, nonostante siano trascorsi secoli dalla sua invenzione e nonostante gli avanzamenti tecnologici cui abbiamo assistito, gli aspetti fondamentali del libro, e le esperienze che derivano dalla sua fruizione, non sono cambiati: “In altre parole, per quanto la tecnologia possa avanzare, i libri resistono – e per ottime ragioni. I libri funzionano”, rincara Bogost.

 

 

Tutta un’altra storia

 

Discorso diverso va invece fatto per quanto riguarda le riviste, in particolar modo quelle indipendenti. In questo caso, il discorso è per certi versi più semplice: fondare una rivista online abbatte i costi di avvio, garantisce una diffusione più ampia e più veloce e non necessita di competenze a livello di impaginazione. Insomma, è sufficiente un cugino in grado di aiutarvi ad installare Wordpress ed è fatta. E allora come mai, ancora nel 2021, alcune riviste scelgono di stampare i propri numeri, anziché pubblicarli in PDF?

Bisogna dire innanzitutto che, anche per quelle realtà che scelgono il cartaceo, la pubblicazione è ormai imprescindibile: presto o tardi alcuni estratti finiranno inevitabilmente in una storia su Instagram o in un post su Facebook.

Certo, una pubblicazione su carta fornisce molto spazio alla creatività. La rivista antropologica Alea, per esempio, ha esplorato il tema del suo primo numero – la materia – non solo attraverso articoli e reportage, ma anche con la fisicità della rivista: il dorso è stato scarnificato, la quarta di copertina rimossa, l’indice incluso in un opuscolo a parte. Ma gli esempi sono innumerevoli: basti ricordare lo storico numero 32 di ‘Tina, disegnato interamente in modo da ricordare un manuale Ikea.

E ancora, se una rivista (oppure un libro) può essere diffusa in pochi click, è molto difficile da far sfogliare ai visitatori di un evento come il Salone Internazionale del Libro di Torino o altre manifestazioni nel campo dell’editoria.

Quale sia la soluzione migliore (e se ce n’è una, innanzitutto), è difficile dirlo: dai tablet messi a disposizione per sfogliare le riviste negli stand, al recente approdo al mondo delle “cose di carta” de Il Post, uno dei più giornali online più apprezzati che ha da poco fondato una sua rivista, sembra proprio che in futuro, più che una vittoria schiacciante da una parte oppure dall’altra, assisteremo a un’epoca di contaminazioni.