12.07.2021 /

Vent’anni fa, una bambina si perse tra le mura di una città incantata.

Tra folklore ed ecologia, ripercorriamo la storia del capolavoro di Hayao Miyazaki.

 

Una stradina fuori mano, un tunnel nascosto dai rovi, un parco divertimenti abbandonato.

I primi minuti de La città incantata, il capolavoro del regista giapponese Hayao Miyazaki, scorrono veloci come una macchina lanciata su una scorciatoia o l’eco di una voce in una galleria. Una volta dall’altra parte, la piccola Chihiro e i suoi genitori si ritrovano catapultati in quello che da subito appare come un mondo altro.

Un enorme prato, un silenzio irreale, giostre e tendoni congelati nel tempo. Gli adulti sono entusiasti, iniziano a esplorare quelle rovine ormai senza risate, ma Chihiro percepisce che non dovrebbero trovarsi lì, che quel luogo non gli appartiene. Del resto, sua madre e suo padre non hanno visto neppure i volti dei bambini rapiti dagli spiriti che qualcuno ha scolpito nella pietra, tra le felci del bosco: l’una era troppo impegnata a guardare la strada e l’altro a guidare. Hanno smesso di vedere ciò che il bosco ha provato a rivelargli. Sinistri presagi,  avvertimenti sussurrati a mezza bocca. E nemmeno quando un filo di fumo comincia a uscire da un comignolo si pongono domande: il parco sarà pure abbandonato, ma qualcuno ha preparato un delizioso banchetto. Perché non approfittarne?

 

 

Così mamma e papà, sedotti da quell’abbondanza inattesa, si gettano sul cibo. Aragoste, polli arrosto, pentole colme di riso. L’oste non c’è, è vero, ma potranno sempre pagare più tardi. Hanno sia i contanti che le carte di credito. Allora scavalcano il rispetto che quel luogo meriterebbe e si servono da soli. Con le mani, senza riflettere se sia giusto o meno appropriarsi di quel ben di dio, inebriati dal potere che il portafoglio conferisce loro. Seduti sui loro sgabelli, con Chihiro a pregarli di andare via, di tornare a casa, si ingozzano direttamente con la bocca, la faccia nei piatti come due maiali. E Chihiro si allontana, non si sente tranquilla, e quando ritorna, al posto dei suoi genitori, è proprio due maiali che incontra.

Presto l’atmosfera da sogno assume i contorni dell’incubo. I vicoli del parco divertimenti si popolano di ombre, la notte cala veloce sui tetti e sulle porte di carta. E mentre le pietanze si moltiplicano sui tavoli dei locali, una spaventatissima Chihiro viene avvicinata da Haku, un ragazzo un po’ più grande con degli incredibili poteri magici. Sarà lui a rivelare la verità alla bambina: il parco divertimenti in realtà è soltanto l’anticamera di un complesso molto più ampio, che ha il suo centro in una rete di bagni pubblici. E non è tutto: gli ospiti della struttura sono spiriti, demoni e altri esseri soprannaturali e la città e tutti i suoi abitanti sono governati dalla potentissima strega Yubaba. Se vuole salvare i suoi genitori, Chihiro deve nascondersi.

 

 

È a questo punto che l’avventura di Chihiro prende il largo, e con essa la fantasia di Miyazaki. Nel suo girovagare, la piccola protagonista incontra draghi, shikigami di carta, spiriti a forma di rana e di grosse papere. Bambini giganti e minuscoli operai di fuliggine. Spiriti che governano fiumi inquinati o che manovrano enormi fornaci. Treni che sfrecciano in mezzo al mare, lampioni ben educati e un famosissimo e vorace Spirito Senza Volto.

Quando La città incantata esce nelle sale cinematografiche, Hayao Miyazaki ha 60 anni e con il suo Studio Ghibli ha già scritto e diretto Kiki – Consegna a domicilio, La principessa Mononoke e Il mio vicino Totoro. È un autore apprezzato e imitato, ma è a La città incantata che deve la notorietà a livello globale. Con questo film viene finalmente consacrato a maestro del cinema (d’animazione e non solo): nel 2001, la sua opera si aggiudica l’Orso d’Oro a Berlino e un premio Oscar nella categoria “Miglior film d’animazione” e diventa il più grande successo cinematografico della storia del Giappone. E forse il primato più bello è proprio questo: Miyazaki è riuscito a creare un mondo complesso e variegato, un formidabile recupero di immagini e temi tipici del folklore giapponese che, se tanto affascina noi occidentali, rischiava invece di scomparire in madre patria. Se a più di vent’anni dall’uscita siamo ancora estasiati dalle avventure di Haku e Chihiro significa che Miyazaki è riuscito nel suo intento.