12.07.2021 /

Vent’anni fa, una bambina si perse tra le mura di una città incantata.

di Matteo Candeliere | Developer & Copywriter, Tembo


 

Tra folklore ed ecologia, ripercorriamo la storia del capolavoro di Hayao Miyazaki.

 

Una stradina fuori mano, un tunnel nascosto dai rovi, un parco divertimenti abbandonato.

I primi minuti de La città incantata, il capolavoro del regista giapponese Hayao Miyazaki, scorrono veloci come una macchina lanciata su una scorciatoia o l’eco di una voce in una galleria. Una volta dall’altra parte, la piccola Chihiro e i suoi genitori si ritrovano catapultati in quello che da subito appare come un mondo altro.

Un enorme prato, un silenzio irreale, giostre e tendoni congelati nel tempo. Gli adulti sono entusiasti, iniziano a esplorare quelle rovine ormai senza risate, ma Chihiro percepisce che non dovrebbero trovarsi lì, che quel luogo non gli appartiene. Del resto, sua madre e suo padre non hanno visto neppure i volti dei bambini rapiti dagli spiriti che qualcuno ha scolpito nella pietra, tra le felci del bosco: l’una era troppo impegnata a guardare la strada e l’altro a guidare. Hanno smesso di vedere ciò che il bosco ha provato a rivelargli. Sinistri presagi,  avvertimenti sussurrati a mezza bocca. E nemmeno quando un filo di fumo comincia a uscire da un comignolo si pongono domande: il parco sarà pure abbandonato, ma qualcuno ha preparato un delizioso banchetto. Perché non approfittarne?

 

 

Così mamma e papà, sedotti da quell’abbondanza inattesa, si gettano sul cibo. Aragoste, polli arrosto, pentole colme di riso. L’oste non c’è, è vero, ma potranno sempre pagare più tardi. Hanno sia i contanti che le carte di credito. Allora scavalcano il rispetto che quel luogo meriterebbe e si servono da soli. Con le mani, senza riflettere se sia giusto o meno appropriarsi di quel ben di dio, inebriati dal potere che il portafoglio conferisce loro. Seduti sui loro sgabelli, con Chihiro a pregarli di andare via, di tornare a casa, si ingozzano direttamente con la bocca, la faccia nei piatti come due maiali. E Chihiro si allontana, non si sente tranquilla, e quando ritorna, al posto dei suoi genitori, è proprio due maiali che incontra.

Presto l’atmosfera da sogno assume i contorni dell’incubo. I vicoli del parco divertimenti si popolano di ombre, la notte cala veloce sui tetti e sulle porte di carta. E mentre le pietanze si moltiplicano sui tavoli dei locali, una spaventatissima Chihiro viene avvicinata da Haku, un ragazzo un po’ più grande con degli incredibili poteri magici. Sarà lui a rivelare la verità alla bambina: il parco divertimenti in realtà è soltanto l’anticamera di un complesso molto più ampio, che ha il suo centro in una rete di bagni pubblici. E non è tutto: gli ospiti della struttura sono spiriti, demoni e altri esseri soprannaturali e la città e tutti i suoi abitanti sono governati dalla potentissima strega Yubaba. Se vuole salvare i suoi genitori, Chihiro deve nascondersi.

 

 

È a questo punto che l’avventura di Chihiro prende il largo, e con essa la fantasia di Miyazaki. Nel suo girovagare, la piccola protagonista incontra draghi, shikigami di carta, spiriti a forma di rana e di grosse papere. Bambini giganti e minuscoli operai di fuliggine. Spiriti che governano fiumi inquinati o che manovrano enormi fornaci. Treni che sfrecciano in mezzo al mare, lampioni ben educati e un famosissimo e vorace Spirito Senza Volto.

Quando La città incantata esce nelle sale cinematografiche, Hayao Miyazaki ha 60 anni e con il suo Studio Ghibli ha già scritto e diretto Kiki – Consegna a domicilio, La principessa Mononoke e Il mio vicino Totoro. È un autore apprezzato e imitato, ma è a La città incantata che deve la notorietà a livello globale. Con questo film viene finalmente consacrato a maestro del cinema (d’animazione e non solo): nel 2001, la sua opera si aggiudica l’Orso d’Oro a Berlino e un premio Oscar nella categoria “Miglior film d’animazione” e diventa il più grande successo cinematografico della storia del Giappone. E forse il primato più bello è proprio questo: Miyazaki è riuscito a creare un mondo complesso e variegato, un formidabile recupero di immagini e temi tipici del folklore giapponese che, se tanto affascina noi occidentali, rischiava invece di scomparire in madre patria. Se a più di vent’anni dall’uscita siamo ancora estasiati dalle avventure di Haku e Chihiro significa che Miyazaki è riuscito nel suo intento.