18.05.2020 /

Il bias ottimistico e l’inesauribile sete di nuove informazioni

di Matteo Candeliere | Developer & Copywriter, Tembo

È difficile dire che cosa resterà di questi strani giorni.

Sogniamo di rivoluzionare il lavoro e la mobilità, ma siamo terrorizzati dalle conseguenze economiche e sociali della pandemia. Alcune delle immagini cui abbiamo assistito in questo 2020 – le strade delle nostre città deserte, le lunghe code fuori dai supermercati, i meme su Giuseppe Conte – resteranno a lungo impresse nella nostra memoria. Ognuno serberà i suoi ricordi, e questo è il mio: è il 22 febbraio, e io sono incollato alla televisione. Gli inviati si collegano senza mascherina e stringono le mani ai medici e agli infermieri che intervistano. Quando il telegiornale si ferma per la pubblicità passo ai social network – sembra che tutti abbiano un amico o un parente dalle parti di Lodi, quella mattina – e a schiacciare f5 (o cmdR) sulle pagine web dei quotidiani. Gli aggiornamenti dei governi, ripostati e ritwittati su ogni piattaforma e canale, sono fruibili dappertutto e in ogni momento. Ascolto i dibattiti, seguo le dirette Facebook dei politici e poco alla volta comincio a prendere dimestichezza coi nomi e i cognomi dei virologi più importanti.

Si comincia (letteralmente) a dare i numeri: i malati aumentano di ora in ora, e io tutt’a un tratto devo sapere quanti sono. Tutt’a un tratto voglio sapere tutto.

C’è chi ha provato a spiegare questa inesauribile sete di conoscenza: secondo la neuroscienziata Tali Sharot, i motivi per cui continuiamo a ricercare informazioni sono ascrivibili a tre macroaree: utilità, cognizione ed emozione.

L’utilità strumentale risponde alla domanda “questa informazione può aiutarmi?”, e sembra essere il motivo principale per cui guardiamo i telegiornali in questo periodo. È il modo che abbiamo per pianificare al meglio le nostre mosse.

L’utilità cognitiva risponde alla domanda “una volta ottenuta quest’informazione, potrò capire meglio cosa sta succedendo?”. Un obiettivo tutt’altro che semplice, se pensiamo agli accesi dibattiti televisivi di questi giorni: le discussioni sull’immunità di gregge, le polemiche su presunti vaccini e le mille e una bufala sui laboratori segreti di Wuhan rischiano di portare confusione più che risposte.

Una terza motivazione è di natura emotiva, e riguarda tutti quei casi in cui le persone accendono la televisione o si collegano a internet nella speranza di sentire delle buone notizie. Lo ammetto, non passa giorno senza che, spento il computer aziendale, non vada a controllare la percentuale di nuovi contagi. Ciò che mi piacerebbe leggere è – ovviamente – una percentuale più bassa rispetto al giorno precedente. In questi casi, potremmo incappare in un bias ottimistico.

In psicologia, si parla di bias cognitivi per riferirsi agli errori che le persone commettono mentre stanno processando e interpretando le informazioni del mondo che le circonda. Nello specifico, il bias ottimistico ci induce a sottostimare le possibilità di incappare in un evento negativo. Che l’ottimismo aiuti la motivazione è qualcosa che possiamo constatare nella nostra quotidianità, ma numerose ricerche hanno dimostrato che possa venirci in aiuto anche per quanto riguarda la nostra salute fisica e mentale.

La mano invisibile di questo bias non solo fa sì che le persone si aspettino eventi positivi, ma anche che pensino di essere in grado di fare attivamente qualcosa per proteggersi: continuando a seguire i notiziari, dunque, rinforziamo l’idea secondo cui con i nostri comportamenti riusciremo a controllare la diffusione del virus.

Oltre a una spiegazione psicologica, gli scienziati ne hanno trovata anche una neurologica: la dopamina. Questo neurotrasmettitore è ormai una star di internet: lo si chiama in causa per spiegare perché continuiamo a scrollare il feed di Facebook o di Instagram, perché giochiamo così tanto ai videogiochi, perché non riusciamo a staccarci dalle slot machine. Quando la dopamina viene rilasciata nel cervello, crea una sensazione di piacere che ci motiva a ripetere i comportamenti che ne hanno causato il rilascio. È una ruota che si autoalimenta, ed è facile capire perché è tanto importante nella comprensione di comportamenti autodistruttivi come le dipendenze.

Lo stesso meccanismo potrebbe essere coinvolto anche nella nostra continua ricerca di informazioni. Sembra che il rilascio di dopamina avvenga in quanto le notizie – positive o negative che siano – sono sempre ritenute preziose. In effetti, il ragionamento fila: se una notizia causa un rilascio di dopamina, il cervello ne vorrà ancora.

 

Credits
Immagine di Sergio Albiac