23.09.2020 /

Le grandi marche si stanno schierando

di Matteo Candeliere | Developer & Copywriter, Tembo

C'è questo video che non riesco a togliermi dalla testa: un uomo, l’acqua fino al mento, procede con passo incerto portandosi dietro una mucca per le briglie. La mucca strabuzza gli occhi, tiene il muso all’insù, e nuota. Il video è stato girato a Chennai, in India, durante l’alluvione nel 2005.

Le stesse immagini le ha viste anche un uomo di nome Sundar: lui c’è nato, a Chennai e, anche se di lavoro fa il CEO in una grande azienda con sede negli Stati Uniti d’America, deve avergli fatto un’impressione terribile. L’azienda per cui lavora si chiama Google, e lo stato in cui risiede, la California, ogni estate fa capolino nei telegiornali di tutto il mondo perché va letteralmente a fuoco. L’ultimissimo di questi incendi ha addirittura colorato di arancione il cielo di San Francisco.

Sundar Pichai, il signore di cui sopra, ha recentemente dichiarato che “la scienza ha parlato chiaro: il mondo deve agire adesso, se vogliamo evitare le conseguenze più gravi del cambiamento climatico”, e quindi si impegna a far sì che Google “lavori grazie a energie rinnovabili 24/7 entro il 2030”.

 

I Black Sabbath (una band talmente importante e famosa che possiamo quasi considerarla un’azienda) hanno notato che diversi attivisti per i diritti civili stavano iniziando a indossare delle magliette ispirate alla celebre copertina del loro disco del 1971 Master of Reality (per chi non la conoscesse, è una semplice scritta viola su fondo nero: ma è iconica, e potete cercarla sul sito amministrato da Sundar Pichai: ha una sezione per la ricerca delle immagini davvero niente male). Sulle magliette, però, invece delle parole “Black Sabbath – Master of Reality” c’è scritto “Black Lives Matter”.

I Black Sabbath l’hanno presa bene: adesso le producono loro, le vendono sul sito ufficiale e, soprattutto, devolvono il 100% dei ricavati direttamente all’organizzazione Black Lives Matter.

Che cos’hanno in comune queste due storie (e tante altre) è presto detto: i consumatori sono più attenti e politicamente consapevoli che mai, e le aziende stanno (finalmente) iniziando a capirlo.

Le grandi marche subiscono pressioni enormi per diventare parte attiva del cambiamento positivo che si vorrebbe avvenisse nel mondo, e molti si stanno mobilitando per raggiungere questo obiettivo. Certo, con alcune differenze: se YouTube dichiara di donare un milione di dollari in “supporto agli sforzi” per combattere le ingiustizie sociali, Starbucks il 1° giugno, una settimana dopo la morte di George Floyd a Minneapolis, dichiara che “affronteremo il razzismo per creare un mondo più inclusivo e giusto”, per poi comunicare a un proprio dipendente, solo qualche tempo dopo, che non è possibile indossare spille o magliette di Black Lives Matter mentre si è in servizio.

Ovviamente la storia è venuta fuori, e Starbucks, accusata di ipocrisia e opportunismo, è corsa ai ripari: ha promesso un milione di dollari in associazioni che promuovono l’uguaglianza razziale e, soprattutto, che distribuirà 250000 magliette con gli slogan “Black Lives Matter” e “It’s not a moment, It’s a movement” ai propri dipendenti.

 

Tutto risolto? Più o meno. Basta andare sulla pagina Twitter di Starbucks per trovare commenti del tipo: “If I find out you’re supporting rioters and looters I won’t be buying again”. Che cosa significa? Che esporsi significa rischiare. Che persino un colosso come Starbucks perderà qualche cliente dopo questa presa di posizione e che, soprattutto, è disposto a perderlo.

Ma significa anche che un semplice messaggio non è sufficiente. Per quanto i social network siano ancora lontani dal garantire un fact-checking puntuale, gli utenti (e i clienti) non perdonano e non dimenticano: a Starbucks qualcuno ancora recrimina quella volta che, nel 2018, un manager ha chiamato la polizia perché due uomini di colore sono entrati nel locale senza ordinare nulla – per poi scoprire che stavano aspettando un amico (dall’account Twitter di Starbucks ci si affretta a rispondere: “The manager is no longer with the company”).

Nessuno perdona e nessuno dimentica, e così succede anche che Amazon, dopo aver pubblicato uno spot in cui ringrazia gli Amazon Heroes (leggasi: i propri dipendenti) e promette di “continuare a fare di tutto per far sì che siano al sicuro, in salute e protetti”, debba fronteggiare scioperi dei propri dipendenti che richiedono più sicurezza e condizioni di lavoro migliori durante la pandemia di COVID-19.

Con un sforzo insignificante, chiunque può quindi facilmente distinguere le aziende che cianciano e basta da quelle che, invece, si interessano sinceramente alle vicende di cui si fanno portavoci. Ogni dichiarazione non sincera o inaccurata sul proprio impegno può essere velocemente smascherata, ridicolizzata e condivisa su internet fino a diventare virale.

Esempi simili, com’è ovvio, ne abbiamo anche qui da noi, dove si è finiti addirittura in tribunale: come riportato da Legambiente, “l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha disposto il 15 gennaio 2020 una multa di 5 milioni di euro nei confronti di Eni, il colosso energetico italiano a prevalente capitale pubblico, per “pratica commerciale ingannevole” in merito alla pubblicità “ENIdiesel+”. La prima sentenza italiana contro il greenwashing diventa così anche una preziosa lezione su ciò che (non) dovremmo dire quando parliamo di ambiente.

 

 

Insomma, forse questo non è proprio il momento adatto per condividere contenuti generici, non sinceri e soprattutto che non si trasformino in un’azione (ma lo è mai stato?). Far uscire un comunicato stampa seguendo la scia di un evento di attualità, piccolo o grande che sia, implica una precisa scelta di campo.

Mi ha molto colpito, in questo senso, una dichiarazione di Niantic, la società di sviluppo che ha creato Pokèmon Go. Al termine di un lungo comunicato in cui, tra le altre cose, si promettono cinque milioni di dollari per “associazioni americane no profit che stanno aiutando a ricostruire le comunità locali”  e “nuovi progetti ideati da creatori di videogiochi [...], con l'obiettivo finale di fornire più materiale in grado di dare una rappresentazione alternativa del mondo”, l’azienda californiana dichiara: “ci schiereremo pubblicamente a sostegno della comunità nera, rifiutando la supremazia bianca, il razzismo e la violenza da parte della polizia” e, soprattutto: “sosteniamo davvero questa causa. Le iniziative descritte non si fermeranno a questo annuncio”.

Ecco, forse la chiave sta un po’ qui. Se qualcuno vuol davvero salvare il pianeta, cominci a piantare alberi.

 

Credits
Immagine di Teemu Paananen